Buenos Aires, 1978. L’Argentina batte 3-1 l’Olanda e diventa campione del mondo di calcio. Il dittatore Jorge Rafael Videla premia il capitano della sua nazionale, Daniel Passarella, dentro allo stadio Monumental, a due passi dal lager dell’Esma dove erano rinchiusi e torturati migliaia di oppositori del regime. La coppa va dalle sue mani a quelle dell’allora difensore del River Plate. Sarà l’unico capo di Stato a fare questo gesto in quasi cento anni di storia dei mondiali.
Da quel giorno nessun leader ci ha più provato, né il russo Vladimir Putin nel 2018 e nemmeno l’emiro del Qatar nel 2022, rimasti un passo indietro per lasciare il gesto alla Fifa. Quest’estate, dopo la finale dei Mondiali del 2026 che si stanno giocando nel continente americano, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che l’onore spetterà a lui.
La tendenza a nazionalizzare gli eventi mondiali non è un trend puramente trumpiano. Anzi, è un escamotage narrativo che fa gola ai giornali di tutto il mondo, che riescono perfino a presentarsi come protagonisti di notizie da cui sarebbero in realtà assenti.
Benvenuti. Siamo cinque giornalisti di Zeta Luiss, e questa è Silenzio Stampa.
Ogni primo venerdì del mese in questo long form prendiamo la notizia di cui hanno parlato tutti e guardiamo come il mondo l’ha raccontata. Per farlo usiamo mappe, grafici e anche codici Python. La nostra promessa però è spiegarvi tutto in modo chiaro. Cominciamo.
CONTESTO se hai vissuto sotto una roccia…
Lo scorso 11 giugno ha preso il via la 23^ edizione dei mondiali di Calcio. Anche quest’anno l’Italia non c’è - ma questa non è più una notizia. Si gioca in tre nazioni: Usa, Messico e Canada. Sul campo brillano le stelle di talenti come Messi, Mbappé e Kane. Fuori, i riflettori sono tutti sulle contraddizioni di un torneo iperpoliticizzato. Le polemiche non sono mancate: dall’allargamento a 48 delle squadre partecipanti - per alcuni un gesto di democrazia, per altri un tentativo di spremere le tasche dei tifosi aumentando il numero di partite - fino alle tensioni geopolitiche tra alcune delle nazionali qualificate e i paesi ospitanti. Fino all’ultimo, ad esempio, la presenza dell’Iran è stata in dubbio, a causa del conflitto in Medio Oriente. Alla fine la nazionale allenata da Amir Ghalenoei negli Usa ci è entrata, a differenza di quanto successo all’arbitro somalo Omar Artan, rispedito a casa dopo un interrogatorio di 11 ore in una cella di isolamento. Per il presidente della Fifa, Gianni Infantino, niente da eccepire: «È la migliore edizione della storia».
Nazionalismi a specchio
Nello scorso mese, il Corriere della Sera è riuscito a raccontare una Coppa del Mondo senza Italia parlando quasi solo d’Italia, e dedicando poco spazio al calcio in sé. Nonostante, come specifica lo stesso quotidiano, «noi italiani siamo gli ultimi a poterne parlare, visto che ai Mondiali non ci siamo neppure venuti», l’analisi della crisi attraversata nel gioco dalla nazionale tedesca diventa lo specchio di un’instabilità strutturale della Germania come Stato, a causa delle difficoltà economiche e della de-industrializzazione. Addirittura, la Bosnia che si classifica come terza nel suo girone diventa l’occasione per chiedersi “e gli azzurri cosa avrebbero combinato?”.
🇺🇸 Con dinamiche simili ma opposte, anche la testata più letta di uno dei Paesi ospitanti, il New York Times, racconta il Mondiale meno come una competizione sportiva e più come una mappa delle tensioni della società americana. Il centro della narrazione è il modo in cui l’evento entra in contatto con identità, migrazioni, politica, turismo, abitazioni e anche salute pubblica. Ne emergono episodi come il Seattle Pride Match, con le conseguenti reazioni iraniane ed egiziane, di fianco alle scene di tifoserie diasporiche tra New York, Miami, Rhode Island e alle riflessioni sui costi degli alloggi durante i giorni della competizione. Ricorre l’idea che il Mondiale funzioni da superficie riflettente di quella pluralità di comunità americane che usano il calcio per mettere in scena appartenenza, conflitto, orgoglio e memoria nello stesso spazio.
Anche la brasiliana Folha de S. Paulo nazionalizza, ma in modo diverso: usa il torneo come specchio delle proprie ansie sportive, per interrogarsi sul ruolo del Brasile nel calcio globale, sul divario tra spettacolo e sostanza, e su quello tra coinvolgimento emotivo e lettura strategica del gioco. Il tono è più analitico che celebrativo, pensato per mantenere una distanza critica mentre si segue l’evento. Tutto l’opposto della nostalgia italiana.
Servizio contro mitologia
🇦🇪 Se l’arabo Al Jazeera tiene il campo al centro e lascia entrare la politica solo quando tocca davvero la mobilità dei corpi (con il caso dei visti negati dall’amministrazione statunitensi ai calciatori iraniani letto come punto in cui la politica interrompe il gioco e non come pretesto per parlarne all’infinito), puntando su una copertura più vicina all’idea di giornalismo di servizio, con risultati e spiegazioni, l’Indian Express costruisce mitologia. Ogni partita è una storia epica: la parabola di Raúl Jiménez, quasi morto sul campo nel 2020 per una frattura del cranio e oggi capitano della nazionale messicana, l’omaggio della Francia al manager Didier Deschamps, rientrato all’improvviso in patria per il funerale della madre e persino le scelte di stile degli allenatori in panchina. È un calcio come lo si vede al cinema più che in tv, con una sua estetica precisa fatta di musiche gloriose, cicatrici e simboli nazionali.
Soft power esterno
🇨🇳 Come avevamo visto nelle puntate precedenti, il Global Times cinese trasforma ogni notizia in una vetrina di soft power nazionalista: lo stadio costruito dai cinesi a Capo Verde, l’imprenditore di Wenzhou che sblocca il visto della madre di un portiere (qui con una frecciatina agli Stati Uniti, che inizialmente volevano negarglielo), la bandiera giapponese bollata come “santuario del militarismo” da un commentary legato all’esercito. Anche qui, diventa un modo per raccontare la gloria e la potenza della Cina e dei suoi protagonisti, mentre il calcio giocato passa in secondo piano, così come le storie sociali e gli aspetti emotivi.
🇯🇵 Chi torna sui tecnicismi sportivi è l’avversario giapponese: il Japan News segue una stretta linea di cronache tecniche, dichiarazioni post-partita, zero editoriali. La metà dei suoi pezzi principali riguarda comunque la propria nazionale, e l’unico pezzo “culturale” (i tifosi giapponesi che puliscono lo stadio messicano di Monterrey dopo la vittoria sulla Tunisia) è un dispaccio dell’agenzia di stampa Reuters ripreso perché conferma dall’esterno un’autoimmagine già gradita in patria.
Un altro duello portato avanti a colpi di articoli è quello contro gli Stati Uniti della russa Komsomolskaya Pravda, che parla della Coppa del Mondo solo tramite una successione di crisi, conflitti e momenti di forte pressione emotiva. Titoli sulla “rivolta” dell’Uruguay contro il commissario tecnico o sul caso dell’arbitro australiano che rischia l’espulsione per un gesto suprematista fanno parte di una narrazione di squadre in difficoltà e spaccature interne che lasciano in secondo piano gli aspetti tattici. Ne emerge il ritratto di un Mondiale segnato dall’instabilità e dalla pressione che grava sui protagonisti, dentro e fuori dal campo.
Frontiere, crisi, ma anche spettacolo
Dall’Africa, Punch Nigeria preferisce la lente politica: è tutto incentrato su confini, visti, sicurezza, un laboratorio di geopolitica delle frontiere che guarda chi entra, chi resta fuori, chi rischia l’espulsione per un video su Instagram. E poi c’è l’inglese The Sun, che il calcio lo dimentica quasi del tutto: il vero centro sono gli outfit della pornostar Raissa Bellini sugli spalti, le iniziative della onlyfanser brasiliana Daiane Tomazoni. Un’economia dello spettacolo dove il pallone è un pretesto che lascia spesso spazio all’intrattenimento.
La maggior parte delle testate condivide lo stesso automatismo, quello di guardare il mondo e vedere se stesse. Il Corriere per assenza: l’Italia non gioca, quindi diventa il metro di paragone per tutti gli altri, in una nostalgia dichiarata ma comunque coltivata. Il Global Times per proiezione: ogni impresa altrui si piega a raccontare la Cina. Il Japan News per trasmettere una narrativa precisa che esalta le virtù nazionaliste, pur travestita da purezza sportiva. Al Jazeera e Indian Express, al contrario, restano più centrate sull’evento in sé.
Cosa abbiamo imparato
Il Mondiale 2026 è un contenitore abbastanza grande da potersi plasmare in base agli intenti di chi lo racconta. Chi ha un’assenza da elaborare ci mette la nostalgia. Chi ha un’immagine da costruire ci mette la diplomazia. Chi ha un confine da difendere ci mette la sicurezza. Chi cerca personaggi ci trova eroi. L’unica cosa che quasi tutte le testate, in modi diversi, hanno relegato ai margini è il calcio giocato per quello che è: undici contro undici, un pallone, novanta minuti. E anche quando lo raccontano, spesso lo fanno per arrivare altrove.
Piccolo momento promo: se volete rimanere aggiornati sui mondiali e su tutto quello che orbita intorno, cinque giornalisti di Zeta Luiss curano un daily podcast, 48, che fa al caso vostro.
Lo ascoltate qui.
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Chi siamo
Long form a cura di Sofia Vegezzi e Andrea De Luca Italia
Edizione settimanale di Gianluca Brazzioli, Sabrina Fasano e Chiara Servino
Domenico Cangemi ci ha aiutato con l’analisi quantitativa, grazie!
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